Fuoco in scena

Le sei meno un quarto. La platea andava pian piano affollandosi, e gli spettatori prendevano possesso del proprio posto a sedere, senza fretta. La sala non era propriamente enorme, tuttavia consentiva, stando almeno a quanto risultava da una prima impressione visiva, una discreta capienza.
La giornata di quell’inizio di primavera era stata soleggiata, condita con sparute soffici nuvole bianche a decorare il cielo e da una carezzevole brezza tiepida. Quel clima mite e ben disposto le aveva permesso di trascorrere delle piacevoli ore passeggiando all’aria aperta. Era stata una vera fortuna: non avrebbe infatti saputo come ingannare in altro modo quell’impazienza agitata, che fin dall’alba l’aveva salutata – o forse svegliata –, e che adesso la inchiodava alla poltroncina con ben quarantacinque minuti di anticipo sull’orario previsto per l’inizio dello spettacolo.
Finalmente le maschere in sala cominciavano a chiudere le finestre, lasciate aperte per arieggiare l’ambiente in quella che ben si poteva definire come la prima vera giornata calda dell’anno. Poco dopo, l’illuminazione in platea venne leggermente affievolita. Tutti segnali che lo spettacolo stava per cominciare.
Si accinse allora a rallentare il respiro, in modo da cercare di produrre lo stesso effetto sui battiti del proprio cuore e sull’affollarsi altrimenti chiassoso dei pensieri. In particolare, le balzava con insistenza alla mente il ricordo dell’incontro con quello che di lì a poco sarebbe stato l’attore protagonista della rappresentazione: avvicinandola con passo svelto, egli le aveva sorriso con dolcezza mentre le porgeva qualcosa. E lei era rimasta inchiodata alle labbra ben disegnate e carnose di lui, senza notare il volantino che cercava di darle, e senza peraltro capire la minima sillaba di cosa le stesse dicendo. Solo in seguito, infatti, era giunta la voce all’udito stordito: morbida, lenta ma decisa, profonda. E, soprattutto, provvista di una dizione pressoché perfetta.
Dopo essere riemersa da quel suo sbigottimento rapito, aveva finalmente capito che quel ragazzo la stava invitando alla messa in scena del suo spettacolo. Da allora, ben nove giorni prima, lei non aveva fatto altro che attendere il giorno e l’ora in cui avrebbe ammirato di nuovo quelle labbra e ascoltato ancora quella voce.
Ormai mancava davvero niente.
Le luci in sala erano spente, e dietro le tende nere del sipario si riuscivano a scorgere i consueti movimenti convulsi appena antecedenti l’entrata in scena, utili a riordinare gli ultimi particolari.
Poi si alzò il sipario.
Il silenzio nell’intero teatro fu immediato e quasi surreale. Seguito subito dopo dall’ingresso di uno degli attori, il quale sopraggiungeva alle spalle degli spettatori, percorrendo il corridoio centrale della platea. I presenti, lei compresa, si voltarono per osservarlo incedere lentamente verso il palcoscenico, finché gli occhi di tutti furono concentrati di nuovo sulla scena.
E, seduto noncurante a quello che doveva sembrare il tavolo di un bar, lui era lì.
Come materializzatasi dal nulla, la figura di colui che era stato il fulcro costante dei suoi pensieri durante i giorni precedenti si stagliava nettamente davanti ai suoi occhi.
Cominciò così il dialogo tra gli attori, dialogo che quasi istantaneamente – o almeno così parve a lei – mutò nel monologo di quelle labbra e di quella voce che, nuovamente, la ammaliarono come avevano fatto la prima volta.
Il respiro che dianzi era riuscita a rallentare, si arrestò del tutto. E così fece il cuore. Il suo sguardo operò un vero e proprio restringimento del campo visivo, escludendo immagini e suoni d’intorno. Cullata al ritmo di quelle labbra e coccolata dalla carezza di quella voce quasi ultraterrena, un calore denso prese a farsi strada in lei. Un caldo vorticoso, affannato, stordito e decisamente bagnato!
Pur non scollando gli occhi dalle labbra di lui, sorseggiandone la sensualità ristoratrice, iniziò a svestirsi, fino a rimanere in poco tempo con la sola canotta addosso, l’ultimo strato che la divideva dalla completa nudità. Eppure quella torrida arsura, che ora si era fatta a dir poco invadente, non allentava la sua morsa.
«… me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio?» Le parole di uno degli attori la raggiunsero come provenienti dai recessi incandescenti di una fornace. L’uscita! Era decisamente lontana. Nello spazio – decine di persone da scavalcare – e nel tempo – lo spettacolo aveva appena preso il via. L’immagine di quel portone salvifico, unico varco disponibile verso orizzonti d’ossigeno e di ghiotte frescure, si impose sovrano nella mente di lei, sostituendosi definitivamente a quelle labbra e a quella voce fino a quel momento tanto agognate.
Si dissolse ogni cosa: i suoi occhi aperti guardavano senza vedere niente, persi e annegati nella fantasia sudata d’una doccia estiva sotto lo scroscio di una cascata d’acqua gelida. La mentina, che aveva messo in bocca durante i minuti precedenti alla prima battuta, si era disciolta ormai da diverso tempo, lasciando solo un remoto ricordo balsamico e un palato asciutto che incollava la lingua riarsa.
«… così liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza…» Si volse all’intorno per cercare di mettere a fuoco gli spettatori a lei vicini: possibile che nessuno soffrisse quel caldo atroce? Che non uno di loro avesse cominciato a boccheggiare alla ricerca di un respiro, se non propriamente refrigerante, al minimo un po’ meno bollente?
L’aria che i suoi polmoni insufflavano era viscosa. Densa come una nota di pianoforte suonata con decisione, che saturi a lungo l’ambiente circostante con quella sua interminabile vibrazione che a tratti rasenta la stonatura. E man mano che inesorabili trascorrevano i minuti, quella stessa aria assumeva una forma sempre più vicina a quella liquida, da ingerire piuttosto che da inalare.
Di nuovo la fornace di prima lasciò trapelare qualche frammento della recita: «… le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lì a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lì tranquille, sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate!»
Non poteva più rimanere tranquilla. Sì, doveva scappare! Evadere da quell’inferno che le stava ottundendo tutti i sensi e ogni capacità. Raccolse, senza nemmeno guardare, le proprie vesti, afferrò la borsetta e si lanciò verso l’uscita, incontro alla porta salvatrice, non accorgendosi minimamente dei piedi che pestava né delle ginocchia che urtava.

L’attore dalle belle labbra e la voce suadente, pur intento nella recitazione, non poté fare a meno di percepire un certo trambusto provenire dalla sala: nell’arco di pochi secondi, qualcuno fu bersagliato da un paio di rimproveri piuttosto sonori. E, un’istante dopo, usciva dal portone d’ingresso della platea una figura. Quella figura! Non poteva sbagliare.
Anche se per il tempo fugace di un rapido battito d’ali, aveva riconosciuto la ragazza dai capelli rossi e gli occhi verdi come erba d’Irlanda, alla quale lui stesso aveva porto il biglietto qualche giorno prima, e che tanto aveva sperato di vedere tra il pubblico.
Dunque era venuta. Ma era fuggita prima della fine dello spettacolo.
Perché? La sua interpretazione risultava davvero tanto pessima?
Ebbe il subitaneo impulso di balzare giù dal palco e inseguirla, domandarle una spiegazione e, perché no, andare via con lei.
Ma non poteva permettersi una mossa tanto azzardata. Non ora.
Dopo una lieve incrinatura, la sua voce riprese a scorrere come poc’anzi, proseguendo: «Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra… E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione… All’alba lei può far la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno tanti giorni ancora io vivrò. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Buona notte, caro signore.»

 

Tutti i dialoghi sono tratti dalla novella di Pirandello La morte addosso

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