I nuovi modi del terrorismo

Queste sono le occasioni in cui le frasi retoriche hanno la meglio su ogni scritto o parlato. Questa stessa frase di apertura è una di esse, per cui mi scuso in anticipo per tutte le prossime che, volente o nolente, infarciranno l’articolo.

In Francia, a Parigi, ci sono stati dei morti a seguito di in uno scontro a fuoco. Due uomini incappucciati e armati di fucili d’assalto hanno fatto irruzione nella redazione di un giornale satirico parigino e hanno “giustiziato” dodici persone. E grazie alla tecnologia oggi sempre a portata di mano, esiste anche un video, almeno per quello che se ne sa ufficialmente, che mostra le immagini di una di queste uccisioni, avvenuta all’esterno della suddetta redazione, in strada.
Ma questa è ormai una notizia di cui tutti siamo venuti a conoscenza. Una tragedia che immediatamente è stata resa pubblica, raccontata e sdoganata da ogni emittente e da tutti gli organi di informazione esistenti. E chiunque sia dotato di un minimo di buon senso non può fare altro, di fronte ad un simile attentato, se non riconoscere in esso un vero e proprio Crimine.
Anche l’Italia, dall’alto della sua 49a posizione nella classifica sulla libertà di stampa, ha visto formarsi cortei di solidarietà e levarsi voci indignate: gli italiani non se lo fanno dire due volte quando si tratta di manifestare in difesa del diritto alla libertà di stampa e di informazione. Perlomeno di quello delle altre nazioni.

Questo avvenimento va ad affiancarsi, anche se apparentemente in maniera attenuata rispetto ai precedenti – più eclatanti almeno per quanto riguarda il numero dei morti e dei feriti –, agli attentati di New York e di Madrid, avvenuti rispettivamente nel settembre del 2001 e nel marzo del 2004. Con questi condivide la spettacolarità e, ahimé, la tremenda efficacia, ma rispetto ai quali marca uno scarto decisivo.
Il primo di questi attentati, quello alle torri gemelle, segnò una svolta epocale di dimensioni quasi epiche nell’immaginario collettivo: fino ad allora le scene catastrofiche di attacchi da parte del “nemico”, alieno o umano che fosse, erano rimaste saldamente relegate allo schermo televisivo o a quello cinematografico. E fino ad allora – anche se di certo in maniera decisamente meno ingenua di quanto fosse accaduto durante gli anni immediatamente successivi alla creazione del cinematografo dei fratelli Lumière – lo spettatore, guardando delle riprese più o meno plausibili – ma pur sempre frutto di fiction – trasmesse sullo schermo, si trovava a enunciare o a pensare la formula diventata classica del «Sembra vero!». Dopo l’undici settembre 2001, guardando in televisione le tremende immagini che di fiction non avevano nulla, ma che invece rispondevano tragicamente alla realtà, lo spettatore ha pronunciato o pensato, al contrario, una differente formulazione: «Sembra un film»! Questo passaggio – da una lettura della fiction come reale a una lettura del reale in qualità di fiction –, che ad un primo sguardo potrebbe sembrare banale, o quantomeno attinente ad un campo che solo marginalmente e in maniera contingente rientri nella sfera dell’esistenza umana, in realtà ha causato una metamorfosi profonda dei modi di vivere. In occasione dell’attentato alle torri gemelle, l’essere umano ha infatti sperimentato tangibilmente il pericolo, è diventato cosciente non solo della propria vulnerabilità, ma anche della capacità da parte del “nemico” (a prescindere da quale risulti, a seconda dei casi, il valore semantico di questa parola) di rappresentare un rischio concreto e fatale.

All’interno di questa nuova percezione del mondo, l’attentato di Parigi opera una serie di salti aggiuntivi e rischia di restringere ulteriormente il campo d’azione esistenziale: se nei casi di New York e di Madrid la spettacolarità è stata ottenuta grazie a tragedie di dimensioni colossali, per ottenere le quali c’è stato bisogno di un gran numero di mezzi (umani, meccanici ed economici) e una impressionante opera di pianificazione e organizzazione, nel caso di Parigi, al contrario, sono bastati due (o forse tre) uomini e poche armi. L’orrore non risulta più, dunque, di carattere “nazionale” o quantomeno “locale”, bensì diventa addirittura “personale”, si annida fin dietro la porta di casa: non serve più un’organizzazione stratificata che pianifichi e metta a segno l’attentato contro l’obiettivo prescelto e dettagliatamente studiato, ma basta che un qualsiasi terrorista dotato di un’arma decida il suo bersaglio e si adoperi per colpirlo. Inoltre, come appena accennato, questo nuovo modo del terrorismo non mira ad un luogo affollato mietendo una quantità di vittime a caso, le quali in quel preciso giorno di quella data ora si trovino per una fatalità nel posto – pur sempre affollato – prescelto, ma va a segno con precisione chirurgica su delle poche persone selezionate.
E ancora, tra gli attentati citati, quello di Parigi è l’unico in cui compaiano distintamente degli uomini in azione, il solo in cui questi uomini siano quelli che compiono gli omicidi in maniera diretta. Dell’attentato del 2001 conserviamo vivido il ricordo dei due aerei che vanno a schiantarsi sulle torri; di quello del 2004 abbiamo impresse nella memoria le immagini dei treni che esplodono e che rimangono aggrovigliati su loro stessi. In nessuno di essi compaiono delle persone che uccidono. Nell’attentato di Parigi, invece, ha luogo anche questo ulteriore scarto: coloro che compiono gli omicidi, uno ad uno, sono due persone come noi, come quelle che ogni giorno ci passano accanto a decine, o a centinaia, e che non sono “inscatolate” dentro degli aerei, né risultano più delle ombre furtive che hanno piazzato delle cariche esplosive in un momento precedente all’attentato vero e proprio. Sono quelle stesse persone che troviamo in fila con noi negli uffici o nei negozi, o che bevono un caffè nello stesso bar in cui lo beviamo noi, o che bussano alla nostra porta di casa. Essi non sono “semplici” assassini, bensì agiscono in nome di un credo, di una ideologia, e colpiscono un obiettivo che per loro si configura come un emblema di contrarietà a quella ideologia. Né sono guerriglieri, in quanto essi combattono un tipo di lotta terroristica su scala internazionale, che potrebbe colpire ovunque nel mondo, in qualsiasi momento.

È proprio a causa dell’interazione di tutti questi elementi che caratterizzano l’ultimo attentato di Parigi, che l’effetto risulta dirompente: quelle poche (“poche” naturalmente sempre in relazione con altri attentati ben più sanguinari) persone assassinate diventano il simbolo di un tipo di libertà in cui tendiamo a riconoscerci tutti: la libertà di espressione. È come se il messaggio di questo attentato dichiarasse che tutti coloro che manifestano apertamente e liberamente la loro posizione e le proprie idee, devono cominciare a temere per la propria incolumità personale, in quanto raggiungibili nelle loro stesse abitazioni, o nei luoghi di lavoro.
Dunque, dal non sentirsi più protetto nella propria nazione o nella propria città, adesso si rischia che il cittadino cominci a non sentirsi più protetto nemmeno nel quartiere in cui risiede, e minacciato nel luogo in cui lavora, o nella casa in cui vive. E questo è un pericolo enorme, perché in tal modo si innesca una paura facilmente manipolabile, immensamente modellabile, estremamente addomesticabile.

Ed è in questo ambito di rischi – alimentati dai Crimini appena analizzati – che entra in gioco quel male subdolo, affatto silenzioso, ma anzi nascosto nelle trame di quel “non-silenzio”, negli echi di quelle voci di sdegno grazie alle quali viene veicolato. Esso trova piena forma nei crimini della strumentalizzazione e dei messaggi più o meno subliminali, quando non esplicitamente dichiarati, che, volontariamente o meno, istigano a nuove forme di apartheid razziale e/o religiosa.
Ciò che è accaduto lascia in prima istanza attoniti, letteralmente senza parole. A questo sbigottimento segue poi una rabbia impotente e satura di paura: è durante tale stadio che dovremmo tacere e diventare sordi alle istigazioni di cui sopra, poiché l’odio si nutre proprio di questa “rabbia-e-paura”. Andranno cercate delle soluzioni, e dei rimedi dovranno essere trovati, ma bisognerà diffidare da coloro che li proporranno durante un siffatto periodo di rabbia e di paura.

E allora, sì, je suis Charlie!
Ma che questo sia un motto di contrarietà alla violenza armata, una voce di rifiuto contro la repressione della libertà di idea e di espressione, uno slogan che combatta la guerra e il terrorismo attraverso armi che non uccidono. E che non diventi, invece, un nuovo grido di battaglia, una nuova corsa alle armi e alla difesa armata, un appello all’annientamento e/o alla segregazione di intere culture identificate in fretta come “nemiche”.
Rimaniamo in silenzio con noi stessi e aspettiamo che, dopo la rabbia e la paura iniziali, arrivi quel periodo di riflessività che segue ad ogni disastro, e che risulta necessario per ogni buona ricostruzione.

 

In memoriam.

Charlie-Hebdo-couverture-8-novembre-2011
 

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11 pensieri su “I nuovi modi del terrorismo

  1. Guardando alcune vignette di Charlie Hebdo, mi son venute in mente alcune immagini del periodo nazi-fascista, in cui la satira veniva usata come offesa o come denigrazione del “diverso”. Quell’occasione poteva essere una lezione, poteva/doveva far prendere coscienza agli operatori di satira che forse c’è un confine che non andrebbe superato perché si rischia di cadere in un baratro. Questo non significa fare censura o autocensurarsi, significa avere rispetto della propria coscienza.
    Detto questo, Je suis Charlie.

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    • Imporre dei limiti alla scrittura ed in particolare alla satira significa imporre agli altri i propri limiti, ovvero i limiti di una ideologia ottusa che tende a far prevalere le proprie regole.
      Gli unici limiti concepibili sono quelli che l’umorista, l’artista si pone da solo.
      Del resto Voltaire aveva detto: “io non condivido il tuo pensiero, ma sacrificherei la mia vita perchè tu possa esprimerlo”.

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      • Sono esattamente d’accordo con te. Infatti ieri in Francia è stato arrestato Dieudonné (oggi rilasciato), un comico. Uno che fa satira. Nello stesso modo in cui la fa Charlie Hebdo. Modo che io non condivido e mi rendo conto che è un mio limite. Del resto lo ha detto pure Martin Luther King “La mia libertà finisce dove inizia la tua.” ponendo appunto un limite alla libertà. Ma preferisco Giorgio Gaber con: “La libertà non è uno spazio libero.”

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    • Mi viene voglia di risponderti attraverso le parole di un grande comico italiano, uno dei tanti epurati da quel fondamentalismo italiano che prende il nome di “politica”, Daniele Luttazzi. In un articolo di qualche anno fa (Mentana a Elm Street), egli scrive:
      «La satira è nobile perché il suo bersaglio (il potere e le sue declinazioni oppressive) merita di essere attaccato. E’ questo principio a rendere disgustoso e fascistoide, invece, il ridicolo a scopo di tortura (le foto di Abu Grahib); il dileggio verso chi ha subito un torto (le foto di Veronica Lario a seno nudo pubblicate da Libero); e lo sfottò continuo contro chi osa opporsi all’illegalità berlusconiana (gli editoriali di Renato Farina su Panorama prima che venisse scoperta la sua attività spionistica per conto del Sismi; i corsivi di Marcenaro sul Foglio; gli attacchi del Giornale; i fondi di Feltri; lo scherno di Ghedini contro la Bonino ad Annozero).
      Il potere usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale. È una tecnica di oppressione. Nelle sue memorie («The sunflower», 1970) Simon Wiesenthal racconta degli ebrei impiccati dai nazisti nella piazza di Lemberg. “Un buontempone… attaccò a ogni corpo un pezzo di carta con su scritto ‘carne kosher’” dopodiché, per giorni, i cittadini di Lemberg risero dei prigionieri dei campi di concentramento che i nazisti portavano a lavorare in città perché “vedevano in quegli ebrei altra carne kosher a passeggio“.
      Il dileggio invita la massa a prendere le distanze dalla vittima e a partecipare del divertimento sadico del violento.
      Shakespeare attribuisce ai suoi cattivi (Iago, Shylock) questo humor crudele proprio per definire la loro immoralità: uno stratagemma narrativo che ritroviamo nel Joker di Batman, nelle gag da incubo di Freddy Kruger e nella comicità assassina di Hannibal Lecter. Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore: ecco spiegati i sondaggi sulla popolarità del premier. E tu, non ridi alle sue barzellette?»

      La satira è l’espressione non violenta di un’opinione. Essa è irriverente, certo, ma mai aggressiva o bellicosa: quando diventa ciò, allora già non si tratta più di satira. Limitare l’irriverenza della satira, vuol dire eliminare la satira tout court: secondo le parole di Mel Brooks, la satira se non è eccessiva non fa ridere.
      E per concludere, prendendo ancora a prestito le parole di Luttazzi, «Molti, infine, eviterebbero la satira religiosa per non fomentare l’odio. Ma l’irriverenza satirica non è odio: è solo irriverenza. Se uno dimentica questo, davvero non se ne esce.»

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      • Non sono d’accordo con Luttazzi, e con questo non significa che io debba indicare a lui qual è il giusto modo di far satira, credo che sia un fatto totalmente soggettivo deve essere lui a decidere cosa sia pubblicabile in base alla propria sensibilità. Nella vignetta di Charlie Hebdo in cui Il Figlio sodomizza il Padre e a sua volta il Figlio viene sodomizzato dallo Spirito non ci vedo nulla di divertente. Certo che se a la facessi vedere ad un aborigeno australiano magari si farebbe due risate. Ma perché è fuori contesto. Ho preso come esempio proprio quella perché alcuni cattolici magari guardandola si saranno o si sarebbero potuto indignare. E con cattolici intendo mia nonna Maria, quell’anima pia che pregava tutto il giorno per i nipoti o ai miei zii che attaccandosi a quella fede (che fa parte della nostra cultura perché siamo nati in Italia e non in Australia) speravano che la loro figlia malata di cancro guarisse.
        Penso che la nostra libertà non sia migliore di quella degli altri.

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        • Ma è proprio questo il problema: rimandare tutto alla legge della soggettività. In questo modo qualunque cosa potrebbe risultare estremamente offensiva: rimanendo in tema di vignette, un vegano potrebbe sentirsi mortalmente offeso davanti a una disegno che illustri un gallo che dice “qua” anziché “chicchirichì” (l’esempio non vuole offendere i vegani, né sminuire i fatti che hai riportato tu, ma solo rendere l’idea in modo radicale!); e un nonno o una nonna dovrebbero avercela a morte con un autore di una eventuale siffatta scenetta: un bastone rinsecchito che utilizza un anziano per aiutarsi a deambulare. E tutti loro dovrebbero essere spinti a vendicarsi per quello che la loro soggettività, e la loro sensibilità contestuale, possono andare a leggere come un’offesa tremenda. E gli esempi sarebbero infiniti!
          E’ invece proprio per evitare tutto ciò che c’è bisogno di una demarcazione che risulti netta e il più possibile oggettiva. La satira non offende le persone, ma tutt’al più colpisce i loro pregiudizi. E la religione è un campo in cui i pregiudizi tendono a proliferare. E’ questo che la riflessione di Luttazzi spinge a pensare: la satira religiosa colpisce in maniera irriverente, e l’irriverenza non è odio. La religione – senza peraltro volerla ridurre solo a questo – è comunque la manifestazione di un potere (divino, diranno i credenti, ma pur sempre un potere!), a prescindere dalle persone che la “amministrano”. E la satira colpisce tale potere.

          Ti racconto un aneddoto: Nel 1960, Adolf Eichmann fu estradato da Israele. Per l’occasione, a New York, qualcuno si presentò a un party con una spilla che diceva: ”I like Eich”. Ilarità generale. L’unico a non ridere fu l’umorista Jules Feiffer. Qualcuno gli chiese “Dai, Jules, non lo trovi divertente?” E lui rispose: “Solo fino ai primi cinque milioni!“.
          Questo dimostra che per un autore satirico tutto può essere commentato in modo arguto. Sempre “approfittando” delle parole di Luttazzi, «La satira esprime un’opinione. L’unica idea che anche in democrazia non può essere ammessa è quella violenta: è già stata giudicata dalla storia». E dunque ben vengano le risate a denti stretti – campo nel quale uno dei maestri nell’ambito cinematografico fu Charlie Chaplin – che se anche colpiscono in maniera impertinente, riescono sempre ad essere fonte giammai d’odio, bensì di riflessione per tutti coloro che amino il confronto dialogico e intellettuale.

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  2. In effetti ci troviamo in una fase di paura perchè sappiamo che c’è un eventuale nemico ma non sappiamo dov’è. Tra l’altro “nemico” perchè? E’ vero che hanno in parte mirato un bersaglio ma in altra parte hanno ammazzato, nel supermercato, gente inerme e che non conoscevano..Ci sono tante “bombe” impazzite che possono esplodere improv-
    visamente senza sapere il perchè.Io credo in Dio e dio è amore e non penserei mai(anche per una buona causa) di ammazzare i miei fratelli(che sono tutti gli uomini di qualsiasi religione) in nome Suo! Sono senza parole ma non provo ne odio ne rabbia ma solo sbigottimento. Forse veramente dovremmo rimanere in silenzio e riflettere sul perchè di tutto questo, di questa miccia che si è innescata….
    Il tuo articolo mi è piaciuto molto

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  3. profonda analisi degli eventi, nonché un perfettamente condivisibile invito ad elaborare costruttive risposte solamente dopo aver osservato un necessario periodo di riflessione silenziosa e sofferta.

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  4. mentre leggevo il tuo articolo sentivo in tv dell’iniziativa di Hollande di inviare una nuova nave militare,…misà che quelli che dovrebbero avere più cervello non ce l’hanno o se lo sono venduto….

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  5. Una provocazione:
    Proviamo un attimo a spostare il focus della discussione
    da:
    – l’indiscusso principio che la satira è espressione di libertà e democrazia;
    a:
    -fino a che punto la satira è libera di fronte ad un soggetto che vive uno stato di oscurantismo culturale? Su questo secondo aspetto bisogna chiedersi: vale la pena utilizzare gli strumenti della satira avendo la consapevolezza che questa non possa essere compresa da tutti gli interlocutori, soprattutto se quest’ultimi sono capaci di reazioni che vanno al di fuori del sentire civile?

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  6. L’articolo centra in pieno la questione della libertà di espressione o libertà di stampa che sicuramente viene appoggiato da tutti quelli grandi o piccoli scrittori che ne capiscono l’importanza…. Non viene menzionato invece fin dove uno si può spingere al nome di questa libertà, dove comincia il confine tra libertà e esagerazione…. … detto questo e tornando al nucleo della questione di questo articolo “E questo è un pericolo enorme, perché in tal modo si innesca una paura facilmente manipolabile, immensamente modellabile, estremamente addomesticabile……” Ecco: Viviamo in un mondo dove ogni situazione leggermente pericolosa innesca una paura folle… e pure queste situazioni sono sempre esistiti…… Allora ne è valsa la pena la marcia di Parigi? ( intendo la marcia delle persone presenti in piazza non quella farsa ipocrita dei politici ). Hanno dimostrato che la paura non è riuscita ad arrivare nelle loro case?’ Eppure io penso che ognuno di quelle persone ci penseranno due volte prima di andare al supermercato…. e questa è solo la conseguenza del ” Grande fratello” dove viviamo oggi… ne siamo tutti schiavi….

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