Legge 194 e obiezione di coscienza: l’aborto in Italia

Vi racconto una storia, una storia vera, capitata qualche tempo fa a Valentina e al marito Fabrizio. È la storia di un’esperienza di aborto “semi-clandestino” avvenuta, per quanto ciò suoni strano, all’interno di un’azienda ospedaliera pubblica di Roma, il Sandro Pertini, ospedale in cui Valentina era ricoverata per eseguire, con la dovuta e adeguata assistenza sanitaria, un aborto terapeutico al quinto mese di gravidanza.
La legge italiana in materia d’aborto (Legge 194/1978) prevede, all’articolo 6, due casi eccezionali, al verificarsi di uno dei quali è possibile ottenere l’interruzione volontaria della gravidanza, anche dopo i primi 90 giorni dal concepimento: Valentina rientrava in questa casistica in quanto la nascitura risultava affetta da una grave e rara patologia genetica, che comportava bassissime aspettative di vita per quest’ultima, nonché un pericolo per la salute psichica della donna. Lo stesso giorno in cui ricevettero tale drammatica notizia, moglie e marito decisero di interrompere la gravidanza e si recarono dal ginecologo che seguiva la ragazza. Il medico, però, rifiutò di scrivere loro un foglio di ricovero, in quanto obiettore di coscienza, contravvenendo in tal modo ai commi 3 e 5, art. 5, della Legge 194/78. Da qui cominciò il secondo calvario per i giovani, visto che il primo – la malformazione grave della nascitura, con tutti i rischi insiti in questo stato di cose – era già in corso.
Dopo innumerevoli tentativi e altrettanti muri e porte chiuse contro cui la coppia fu costretta a scontrarsi, finalmente i due ottennero un foglio di ricovero dall’unico ginecologo non obiettore che fossero riusciti a trovare, dipendente dell’ospedale Sandro Pertini.
Sembra fatta: ricoverata infine nell’ospedale appena citato, Valentina comincia ad essere sottoposta alla terapia per indurre il parto. Ma la ragazza non ha tenuto conto della circostanza per la quale, ad un certo punto della giornata, cambia il turno di servizio per medici e personale infermieristico! E, incredibilmente, nel turno successivo entrano in scena esclusivamente obiettori di coscienza! Tuttavia il trattamento è già stato avviato, e ormai non si può più tornare indietro: l’effetto delle prostaglandine non tarda a giungere, e ha dunque inizio quel travaglio indotto che servirà per espellere il feto attraverso un vero e proprio parto. Ma, come già detto, a quel punto in ospedale è presente esclusivamente personale obiettore di coscienza, e quindi nessuno – né medici né infermieri né personale ostetrico (ricordiamo che ci troviamo in un ospedale!) – si sente in dovere di assistere la donna che nel frattempo comincia seriamente a star male.
Dopo 15 (quindici!) ore di dolori lancinanti, vomito e svenimenti, Valentina partorisce dentro il bagno d’una stanza d’ospedale. Col solo aiuto del marito e nessuno che presti loro soccorso, nonostante i due abbiano più volte chiesto aiuto.

In realtà potrei fermarmi qui, con questo racconto in cui, purtroppo, la realtà supera di gran lunga anche l’immaginazione più crudele. Però, personalmente, mi sembrerebbe di aver detto troppo poco. E allora mi permetto di fare alcune, banali, riflessioni e puntualizzazioni.

L’obiezione di coscienza in ambito medico-sanitario rischia di diventare uno strumento per negare al cittadino – nella fattispecie di questo articolo e del caso che narra, al cittadino donna – dei diritti fondamentali riconosciuti da apposite leggi, alcune delle quali ottenute dopo tante lotte, innumerevoli fatiche e, nel caso specifico, troppe morti. Checché se ne possa pensare di una pratica come l’aborto – e non è certo in questo articolo che argomenteremo riguardo la sua liceità morale o meno –, esso è sancito, tutelato e disciplinato dalla Legge 194 del 1978, promulgata proprio per evitare ciò che era avvenuto fino ad allora: le donne che volevano praticare l’aborto, infatti, lungi dall’essere scoraggiate dal compierlo data la sua illegalità, rimanevano uccise dai tentativi eseguiti clandestinamente di persona o da macellai mercenari a caro prezzo.

Il parto, in ambito medico, non è considerato uno stato patologico, bensì parafisiologico. Pertanto l’intervento medico non risulta obbligatorio! Il caso vuole, però, che la situazione di Valentina, almeno da un certo punto in poi, diventi chiaramente uno stato patologico, o quantomeno a rischio, e dunque uno stato in cui l’intervento medico è obbligatorio, pena la possibilità di denuncia penale per omissione di soccorso, che nel frangente risulti essere a carico di un medico si configura come un fatto gravissimo, in quanto egli è esercente un servizio di pubblica necessità (art. 8 del Codice di Deontologia medica).
Il personale ostetrico e infermieristico, invece, dovrebbe essere comunque obbligato ad intervenire, visto che altrimenti non avrebbe senso che la donna venga ricoverata. Inoltre la legge 194/78, all’art. 9 comma 3, recita: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». In merito a tale punto, Valentina aveva cominciato la terapia per indurre il parto, e di fronte alla conseguenza ormai irrevocabile del suo travaglio e dell’inevitabile parto, nessun obiettore ha prestato l’assistenza obbligatoria come prevista da comma. Infine, lo stesso art. 9 della medesima legge, al comma 5 recita: «L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo». Quindici ore di dolori, vomito e svenimenti potrebbero essere considerate come imminente pericolo di vita? Ai lettori l’ardua sentenza.

L’ospedale, inteso come struttura fisica in cui viene assistito chi è ricoverato, non può diventare sede di discussione morale, ma deve rimanere quello per cui è nato: un luogo di cura, di soccorso e di sostegno medico e sanitario.

Alcuni mestieri non dovrebbero conciliarsi con l’obiezione di coscienza. A titolo di esempio, si pensi alla scelta che si compie – o, per meglio dire, si compieva quando la leva era ancora obbligatoria – tra l’essere militari oppure obiettori: non esistono infatti, e non possono esistere, militari obiettori, in quanto ciò darebbe luogo ad una contraddizione, visto che il mestiere di militare pone l’essere umano di fronte a situazioni etiche e morali estreme che l’obiettore rifiuta. Allo stesso modo, la professione di medico mette, la persona che assolva a quelle funzioni, nella condizione di eseguire tecniche e pratiche che danno luogo a dilemmi etici e morali troppo radicali per potersi conciliare con l’obiezione di coscienza.

Visto l’attuale stato di cose, gli ospedali dovrebbero prevedere una percentuale fissa, non oltrepassabile, di obiettori di coscienza al loro interno – e per ogni turno in ogni reparto –, al fine di rendere sempre possibile l’espletamento di tutte le pratiche assistenziali che essi devono garantire nel migliore dei modi.

Voglio infine proporre degli interrogativi di contorno:
– Dati i principi religiosi sottostanti all’obiezione di coscienza e ben lungi dal voler equiparare le questioni mediche a quelle alimentari, sembra comunque lecito domandarsi se, ad esempio, sarebbe sostenibile o accettabile l’ipotetica posizione di un cameriere musulmano che rifiutasse di servire carne di maiale in tavola, pur essendo previsti piatti a base della stessa carne nel menù del ristorante in cui lavora.
– Se il compito del medico è salvaguardare la salute (visto il principio generale di origine ippocratica bonum faciendum, malum vitandum), com’è possibile che pur di salvaguardare la vita di un feto, venga messa la donna nella condizione di subire o procurarsi danni che potrebbero risultarle letali?
– E, conseguentemente alla precedente domanda, visto che l’obiezione di coscienza in campo medico si fonda sul principio bioetico dell’integrità deontologica delle professioni sanitarie, laddove il paziente richieda al medico il compimento di azioni che contrastino con la sua coscienza, lo stesso medico, oltre a detenere il diritto di rifiutarsi a procedere, non dovrebbe avere anche il dovere di trasferire il paziente ad un altro medico, affinché egli riceva la giusta assistenza?

 

Immagine in copertina: History’s Shadow GM20, 2010, di David Maisel

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Un pensiero su “Legge 194 e obiezione di coscienza: l’aborto in Italia

  1. questa storia ha dell’incredibile perché nel momento in cui il primo medico aveva iniziato a dare farmaci x il travaglio(e qui solo un medico può fare appello ad “obiettore di coscienza”)gli altri medici avrebbero dovuto solo aiutare una donna che stava partorendo. Non mi permetto invece di stabilire se è giusto per una coppia decidere se abortire o no nel caso citato perché sono scelte personali e sofferte. Comunque mi fermo qui anche se ci sono molti punti interessantissimi da condividere…
    La cosa che più salta all’occhio ed al cuore è che ormai non c’è più umanità….pur di essere obiettori(quindi non ammazzare) hanno messo in pericolo la vita di una donna che stava partorendo!!!! che controsenso

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