Dio in me

«[…] Et ego in illo, sì, e io sono in lui, io Dio, in lui uomo, in me, che sono uomo, sei tu, che Dio sei, Dio entra dentro l’uomo, ma come può Dio entrare nell’uomo se Dio è immenso e l’uomo parte così piccola delle sue creature, la risposta che Dio rimane nell’uomo attraverso il sacramento, è chiaro, chiarissimo, ma, se rimane nell’uomo con il sacramento, bisogna che l’uomo lo prenda e così Dio non rimane nell’uomo quando lo vuole, ma quando l’uomo desidera prenderlo, per cui si dirà che in qualche modo il creatore si fa creatura dell’uomo, ah, ma allora è stata grande l’ingiustizia fatta ad Adamo, dentro al quale Dio non ha dimorato perché ancora non c’era il sacramento, e Adamo potrà ben accusare Dio di avergli proibito per sempre, per un solo peccato, l’albero della Vita e di avergli chiuso per sempre le porte del paradiso, mentre i discendenti dello stesso Adamo, con tanti altri e più terribili peccati, hanno Dio in sé e mangiano dell’albero della Vita senza alcun dubbio o impedimento, se Adamo è stato punito per aver voluto somigliare a Dio, come possono gli uomini ora avere Dio dentro di loro e non essere puniti, oppure non lo vogliono ricevere e non sono puniti, ché avere e non voler avere Dio dentro di sé è lo stesso assurdo, la stessa impossibilità, e con tutto ciò Et ego in illo, Dio è in me, o in me non c’è Dio, come potrò ritrovarmi in questa foresta di sì e no, di no che è sì, di sì che è no, affinità contrarie, contrarietà affini, come passerò sul filo del rasoio, allora, riepilogando, prima che Cristo si fosse fatto uomo, Dio era fuori dall’uomo e non poteva stare dentro di lui, poi, attraverso il sacramento, passò a essere in lui, quindi l’uomo è quasi Dio, o magari è lo stesso Dio, sì, sì, se in me c’è Dio, io sono Dio, lo sono in modo non trino o quadruplo, ma uno, uno come Dio, Dio noi, egli io, io egli, Durus est hic sermo, et quis potest eum audire.»

José Saramago, Memoriale del Convento

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6 pensieri su “Dio in me

  1. La ragione non sta fuori dell’uomo, ma è dentro di lui (Kant). La filosofia e la storia si fanno laiche cioè attinenti non all’eternità religiosa ma al tempo terrestre. Allora l’ individuo deve decidere se vuole obbedire alla parte umana o alla parte divina di sé. Nell’indeterminatezza che caratterizza questo nostro millennio, è necessario che l’uomo sia invitato, pertanto, alla cura di sé, all’assiduo impegno a migliorarsi per “essere per l’altro, per donarsi e per giovare all’altro secondo un’etica dell’interiorità che trova la sua riconversione più piena nelle “ratio societatis et humanitatis, ovvero nella giustizia sociale. Una ricerca finallizzata: per giovare a se stessi, ai contemporanei, ai posteri (noi non siamo nati per noi soli – platone).

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  2. E dunque fondamento dell’etica è l’uomo stesso? E, se sì, è l’uomo in quanto individuo raziocinante, ma pur sempre individuo, o l’uomo collettivo, animale sociale e dunque sorta di “dividuo”?
    L’azione morale che in ogni caso guida l’agire umano ha, a mio avviso, una “origine” non chiara: giusto per riprendere Kant, secondo lui volontà umana (parte razionale intrinseca all’uomo) e agire morale sono intimamente interconnessi, in quanto espressione della libertà del soggetto. Eppure, alla luce dei fatti, la volontà soggettiva è troppo spesso guidata da fattori esterni (si potrebbe addirittura sostenere che la volontà prenda forma esclusivamente in relazione ai fattori esterni), e dunque, mantenendo concettualmente l’interconnessione appena esposta, si finisce per sostenere che l’agire morale, e con essa la libertà di cui è espressione, siano elementi almeno in parte esterni all’essere umano.
    E così si finisce per tornare alla domanda, anzi, alle domande dell’inizio!!

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  3. La risposta, precisa ed inequivocabile, la possiamo trovare nella affermazione socratica: “L’uomo è la sua anima”. Laddove Socrate per anima intende la nostra ragione e la sede della nostra attività pensante ed eticamente operante, dando vita così alla tradizione morale ed intellettuale sulla quale l’Europa si è spiritualmente costruita. Ritorniamo a Kant. Egli afferma che l’esistenza della legge morale si impone alla coscienza come un fatto della ragione, per cui l’imperativo categorico può essere uno soltanto: “agisci in modo che la massima (soggettiva) della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale (oggettiva)”.
    “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Terenzio).

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  4. E’ proprio qui che io non posso essere d’accordo con Kant. Nella Critica della Ragion Pratica, egli cerca di fondare la ragione pratica stessa a prescindere dal sensibile, la svincola dalla sua presunta esclusività empirica, e prova invece a raggiungere la sfera noumenica pensandola praticamente. Detto in parole povere, cerca di mostrare la capacità della Ragione di farsi “pratica” per l’azione. E a mio avviso il suo tentativo risulta fallace.
    In questa sede è un tantino complicato spiegare chiaramente il perché, però voglio tentare una sorta di “riassunto”. Secondo Kant: 1) la legge morale non può essere ricavata dall’esperienza, bensì essa si “impone” alla Ragione secondo la sua forma e non secondo il suo contenuto; è dunque un imperativo categorico, che si esprime con le parole da te riportate «Agisci in modo che la massima della tua azione (soggettiva) possa diventare legge universale (oggettiva)». 2) La legge morale deve avere valore per se stessa e la volontà è autonoma, ossia dà a sé la sua legge; ovvero, se la volontà ragionevole dà a sé la sua legge, vuol dire che non la riceve da altri, ossia che è libera. 3) La libertà è postulata dal carattere formale della legge: prima conosciamo la legge morale, poi inferiamo da essa la libertà come suo fondamento.
    Giunto a questo punto, secondo me Kant deve essersi accorto che qualcosa non andava: egli sembra infatti fondare la legge morale nell’uomo singolo (soggetto) come “espressione” e “veicolo” singolare di un universale (oggettivo). Eppure, questo universale non può avere fondamento nel singolo, in quanto l’oggettivo non può fondarsi sul soggettivo (sarebbe una contraddizione in termini!): la legge morale finisce per avere così un duplice aspetto di per sé inconciliabile.
    E allora, per tentare di risolvere il problema, egli crea una specie di rompicapo – ovvero i postulati della ragion pratica, tra i quali è costretto ad inserire Dio –, il quale (rompicapo) gli consente di spiegare la legge morale. Questa spiegazione suona all’incirca così: 4) tali postulati si devono ammettere per spiegare la legge morale; se non li ammettessimo non si spiegherebbe la legge morale, ma le legge morale è un “fatto” innegabile, quindi i “postulati” hanno realtà oggettiva!!!
    In pratica un ragionamento “bi-ricorsivo”: la legge morale è il presupposto innegabile, che però è spiegato dai postulati; però siccome la legge morale è innegabile, i postulati sono oggettivi! La legge morale diventa “fondamento-fondato-da-ciò-che-esso-stesso-fonda”!!!
    Dunque, come vedi, neppure Kant riesce realmente a definire il fondamento dell’etica: rimane irrisolto l’enigma se essa sia un parto umano, o se sia qualcosa che si impone all’uomo dall’esterno.
    «Non tutto ciò che sembra umano riesce necessariamente a non risultarci estraneo» (Io!!!)

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    • Dice Kant a conclusione della Critica della ragion Pratica: “due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente,quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse:il Cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità o fossero nel trascendente fuori dal mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza”. Immanuel Kant voleva semplicemente dire che la morale è una specificità dell’essere umano il quale nasce già con la consapevolezza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, di ciò che è in armonia con il creato e di ciò che non lo è. Kant sostiene fermamente l’esistenza di una legge morale assoluta libera da ogni condizionamento, caratterizzata da due peculiarità fondamentali:
      1°)incondizionatezza, frutto del postulato della libertà della vita etica: la scelta morale non può non essere libera;
      2°) necessità ed universalità: non dipende assolutamente dalla situazione particolare ed è uguale per tutti allo stesso modo.
      La morale è considerata la “praxis” ossia un agire volto alla realizzazione di un preciso scopo interno al soggetto; in secondo luogo essa prende la forma del dovere in un soggetto morale. Tale comportamento morale è insito in modo assoluto nella volontà del soggetto che diventa causa prima e libera della propria decisione e quindi del proprio agire. In sostanza se vi è l’agire morale vi è anche una volontà propria del soggetto che ha il compito di dirigere il modo ed il contenuto dell’azione. La ragione è sufficiente da sola (senza l’ausilio di impulsi sensibili) a muovere la volontà perché solo in questo caso possono esistere principi morali validi senza eccezione per tutti gli uomini, vale a dire leggi morali di valore universale. L’imperativo categorico può essere allora uno soltanto e la sua formula più appropriata è: L’imperativo categorico è dunque una proposizione da cui la volontà è determinata a priori oggettivamente e ciò significa la “ragione pura” è in se stessa “pratica”, perché appunto determina la volontà senza che entrino in gioco altri fattori. L’esistenza della legge morale si impone alla coscienza come un fatto della ragione e questo” fatto”(Faktum) si può spiegare solo se si ammette la libertà: noi infatti acquistiamo coscienza della libertà proprio perché prima di tutto abbiamo coscienza del dovere. La libertà intesa a) come indipendenza della volontà dalla legge naturale dei fenomeni e b) come in dipendenza dai contenuti della legge morale, è la libertà in senso negativo (nel senso di ciò che essa esclude). Intesa inoltre c) come capacità della volontà di determinarsi da sé, di autodeterminarsi, essa è la libertà in senso positivo e specifico; questo aspetto positivo è chiamato da Kant autonomia, il cui contrario è l’eteronomia, ossia il far dipendere e determinare la volontà da qualcosa che è altro da lei. Le etiche che si fondano sui contenuti compromettono l’autonomia della volontà, implicano una dipendenza di essa dalle cose e quindi dalle leggi della natura: pertanto comportano l’eteronomia della volontà. In pratica tutte le morali, misurate con questo metro, risultano eteronome e quindi fallaci..In conclusione noi conosciamo la legge morale come fatto della ragione!!!!!!! In un essere perfetto la legge morale è legge di “santità”, in un essere finito è “dovere”.

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  5. Kant, pur proponendosi idealmente come colui che supera l’illuminismo, pone le radici della sua filosofia profondamente in esso. Proprio per questo, pur riconoscendo il limite alla capacità di comprensione della ragione (ed è qui il suo tentativo di superamento dell’illuminismo), cerca di fondare nell’uomo, e dunque nella sua stessa ragione, le basi dell’agire morale. Il grande problema di un tale metodo diventa quello di riuscire a conciliare la finitezza dell’essere umano con l’universalità della legge morale di cui egli sarebbe il presupposto. A tal proposito il filosofo è costretto a spogliare la morale dai contenuti, proponendo un concetto di libertà molto vicino, se non uguale, a quello cristiano, legando poi questo siffatto concetto di libertà alla volontà: la volontà libera è quella che agisce in base alla legge morale universale che è in ogni uomo. Praticamente il cristianesimo, con la sola differenza che in quest’ultimo la morale è dettata da Dio.
    Differenza che in parte scompare visto che, come già ti dicevo nella mia precedente risposta, Kant è costretto a inserire i postulati della ragione pratica, data l’inconciliabilità dell’essere umano finito come fondamento della legge morale universale. E tra tali postulati c’è Dio!
    Sono proprio essi, i postulati, il punto debole della costruzione morale kantiana (e resta irrisolta la “bi-ricorsività” di cui già ti parlavo): danno vita a una contraddizione irrisolvibile, eppure Kant per cercare di “chiudere” la sua argomentazione non può prescindere da essi. E purtroppo un sistema filosofico, per quanto mirabile, va “misurato” secondo il valore del suo punto più debole. E se il punto debole mostra delle crepe insanabili, l’intero sistema non può reggere, per quanto esso risulti eccezionalmente costruito in tutte le altre sue parti.
    Kant è uno degli ultimi gradi “sistematici” che la filosofia occidentale conobbe. Dopo di lui solo Hegel provò a costruire un altro grandioso sistema, che risultò fallimentare a sua volta. E forse è proprio in questo che l’intuizione di Kant trova la sua più grande conferma: la ragione umana non può comprendere tutto. Partendo da dei principi di base e sviluppando da essi una costruzione filosofica, la ragione non riesce a procedere se non fino ad un certo punto, per poi, tentando di superare quel punto, trovarsi a cadere in contraddizioni irrisolvibili rispetto agli assunti di partenza.

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